È morto con la nascita della nuova settimana. Nel tardo pomeriggio a Meknès, il male incurabile che tormentava da diversi mesi il nostro collega Abdelali Boukhalef ha finito per abbatterlo. Con lui, è una parte della memoria collettiva del giornalismo marocchino di espressione francese che si è spenta per sempre. Con il suo sorriso accennato e il suo sguardo penetrante, simboleggiava per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di frequentarlo, la sofferenza che molti professionisti di alto livello sopportano all'interno di alcune imprese di stampa che privilegiano l'apporto della pubblicità al contenuto editoriale e l'arricchimento del loro top management e degli affiliati del loro quadro medio ai lavoratori della storia che siamo.
Affabile e loquace, sopportava senza battere ciglio, sacrificando la sua vita privata sull'altare di una chimera creata ai soli fini di diffondere un discorso lenitivo e insipido che non serviva ad altro che a rivestire gli inserti pubblicitari e a svalutare la vera lotta che ogni giornalista deve condurre al servizio di quegli imprescindibili ideali che possono portare solo i militanti dei partiti e delle organizzazioni moderniste e progressiste. Come molti professionisti, credeva di fare il suo dovere di cane da guardia della democrazia, mentre non guardava in fin dei conti che gli interessi mercantili di una nomenklatura appoggiata o appartenente alla tecnostruttura dello Stato.
Ha finito per pagarlo con la vita poiché all'origine del suo male, molti colleghi mettono all'indice un semplice incidente sul lavoro che non è mai stato formalizzato come tale. Stressato a morte da un insopportabile sovraccarico di lavoro raddoppiato da un'organizzazione delle risorse umane che funziona solo nel senso della repressione di ogni libertà d'espressione nonostante la sua apparente modernità, ha finito per perdere conoscenza un giorno. Risultato: la frattura di una costola che non è mai guarita. Non ne ha sofferto molto, lasciando alla natura il compito di cicatrizzarla. È questa la causa del suo cancro? Dio solo lo sa. Comunque sia, né le sue molteplici ospedalizzazioni, né le numerose sedute di chemioterapia sono riuscite a restituirgli la salute. Una situazione che il suo mantenimento in posizione di soggezione rispetto a molti nuovi arrivati nel mondo del giornalismo non poteva che rendere ancora più insostenibile, dato che non era mai stato combattivo.
Nondimeno, Abdelali, ora che non sei più di questo mondo, avrai finalmente la pienezza di riposare in pace e conserveremo di te il ricordo del giornalista dignitoso e devoto che sei sempre stato.
Fornitore/Fonte : A.S, Libération